mercoledì 28 maggio 2014

Torta Soffice con Fragole e Confettura di Rabarbaro (dopo una passeggiata a Porta Palazzo)



C’è stato un periodo della mia vita in cui ho pensato che la mia vocazione alla chiacchiera e la mia curiosità mi avrebbero fatta diventare addirittura una guida turistica. Non avevo fatto i conti con estenuanti “passeggiate”, altrettanto estenuanti pappardelle storiche da conoscere a menadito e il fatto che nessuno si sarebbe filato un tour organizzato nei mercati significativi della città. Perché i mercati? Perché profumano, perché sono caotici, colorati, pulsanti e scombinati. Perché sono un modo bellissimo di curiosare una città dal basso, da quello che mangia e che compra per vivere! (Émile Zola docet, ma oggi niente letteratura). Diciamo che con la maturità ho abbandonato l’idea di stare a capo di una comitiva di arzille signore brandendo alto nel cielo un girasole come stendardo di riconoscimento, ma tutti gli amici che sono passati a trovarmi in questi anni hanno conosciuto Torino a partire dal suo mercato più celebre: Porta Palazzo (molto cortesemente ho riversato sugli ospiti la mia fissa per i "TourMarché")!!! Che dire cari amici, dopo tutto questo tempo, ricette e post ho pensato di portarci anche voi! Quindi ecco qualche foto del mio girovagare mattutino tra i banchi di Piazza della Repubblica. In realtà il giro comincia nel centro della città...che è talmente ordinato e rigoroso da mettere quasi in soggezione.

sabato 24 maggio 2014

"Piselli al Dragoncello" (leggendo Goethe)



In queste belle giornate i pisellini verdissimi mi fanno pensare a una piccola e magica scena libresca che ogni primavera torno a rileggere. Nessuno, credo, è mai riuscito a descrivere quella fascinazione per la natura che coglie ognuno di noi nella bella stagione così come ha fatto Goethe ne “I dolori del Giovane Werther”. Il libro, non è neanche il caso di dirlo qui, ebbe un successo straordinario e un’interpretazione controversa sin dalla sua pubblicazione (1774). Amato, odiato, tradotto, parodiato, emulato, condannato, assunto a emblema della gioventù, fu un vero e proprio avvenimento di costume che lo portò lontanissimo dalla semplice definizione di “romanzo del Desiderio d’amore”. In nome di tutto quel che il libro rappresenta si dimentica spesso di leggerlo, o almeno di gustarsi la meraviglia che si annida nelle sue pagine oltre, o nonostante, quello straziante spasmo d’amore per cui è celebre.
21 Giugno, Goethe, in mezza paginetta, coglie tutta l’aspirazione all’armonia di una umanità che si arricchisce e cresce non solo nel contatto con il sublime (e la Cultura), ma anche nella vicinanza all’umile e all’attività pratica (la Natura). Il suo Werther va nell’orto, coglie pisellini dolci, li sgrana, poi li cucina, e, seduto accanto al fuoco per rimestarli legge Omero. Davanti a quel pentolino di piselli Goethe addensa tutte le contraddizioni dell’animo umano: il maschile e il femminile, il divino e l’umano, il realismo e il sogno, la classicità e il romanticismo, la giovinezza e la vecchiaia, il germanesimo e la latinità, la tragedia e la commedia, la cultura e la natura. E tutta la misera limitatezza di Werther (che è anche la nostra) svanisce nella gioia di un gesto semplice, vero e antico come cucinare qualcosa che si è coltivato...

Quando allo spuntar del giorno esco e m’incammino verso Wahlheim e là nell’orto dell’osteria raccolgo da me stesso i piselli e mi metto a sedere e li sgrano leggendo frattanto il mio Omero...quando nella piccola cucina prendo un tegame, ci metto il burro, i piselli, il coperchio e mi siedo accanto al fuoco per rimestarli di tanto in tanto, mi sento pieno di vigore come gli arroganti pretendenti di Penelope che da sé macellavano buoi e maiali, li squartavano e li arrostivano. Non c’è niente che mi dia una sensazione di calma, di autenticità, come queste usanze di vita patriarcale che io, grazie a Dio, intesso senza affettazione nella mia esistenza di tutti i giorni.
Come son contento che il mio cuore sappia provare la semplice, ingenua delizia dell’uomo che mette sulla mensa un cavolo coltivato da lui stesso, e non il cavolo soltanto, bensì tutti i giorni belli, il bel mattino che lo piantò, le dolci sere che lo innaffiò, e la sua contentezza nel vederlo crescere di giorno in giorno: tutto si concentra in quell’istante.”
LIBRO PRIMO 21 giugno 1771
"I dolori del giovane Werther" di Johann Wolfgang Goethe


Data la nota passione di Goethe per la buona tavola, e l’abbondanza di suoi documenti, c’è anche chi si è preso la briga di studiare i suoi scritti privati (epistolari e diari) alla ricerca della ricetta dei “Pisellini alla Werther”! La ricetta non c’è, e non poteva essere altrimenti, per cui in“Zu Tisch mit Goethe” (di Erich Grasdorf e Peter Brunner) è indicata come plausibile sostituta una ricetta di “Piselli con panna agli aromi” tratta da ricettari dell’epoca. Io non ho seguito neppure quella...mi sono fatta ispirare dalle numerose suggestioni del momento.
Perdonate l’approssimazione, ma mi sembra più consona al romanticismo intimistico...

-In una pentola dal fondo spesso fondere un pezzetto di burro con un cucchiaino di farina bianca. Mescolare con cura, poi aggiungere i pisellini appena sgranati. Mescolare con un cucchiaio di legno, poi coprire i piselli con del latte fresco intero. Salare, pepare e cuocere incoperchiato a fiamma viva fino a che il latte non sarà stato quasi completamente assorbito dai piselli (qui dovreste avere il tempo di leggere Omero per circa 10/15 minuti, ma non concentratevi troppo sulla lettura!). Togliere la pentola dal fuoco, fare riposare i piselli, poi aggiungere un tuorlo d’uovo e un trito di Dragoncello. Mescolare bene, e servire caldissimi.


domenica 18 maggio 2014

Agnello Fritto



Mi piacciono le parentesi, sia graficamente con la loro piccola curva protettrice, sia concettualmente, come tempo inciso in un discorso più vasto. Mi piace giocare con il tempo, piegarlo ai miei tempi, non ascoltarlo e vivere con un tempo parallelo. Mi piacciono i posti in cui il tempo sembra non scorrere, e mi piacciono le persone fuori tempo. Mi piacciono i cibi che hanno bisogno di tempo che diventa sinonimo di cure e attenzioni. Mi piace il tempo variabile, perché l’imprevedibilità è la sorpresa della vita. Mi piacciono i tempi morti, perché di solito riesco a leggerci un libro. Mi piace fare le cose quando “non è più tempo”, perché nessuno ha aspettative, e così mi riescono benissimo! E mi piace anche cucinare l’agnello quando ne ho voglia, e non perché è Pasqua e lo mangiano tutti. 

Agnello Fritto”
Ingredienti:
-400 gr di polpa d’agnello
-100 gr di polenta gialla fioretto
sale e olio per friggere q.b

*Il Mix Carne Rosse il Boschetto è una profumatissima miscela di alloro, sale, aglio, rosmarino, timo, origano, salvia e peperoncino.

Procedimento:
- Mettere nel robot da cucina la farina di polenta con il Mix per carni rosse "Il Boschetto". Mixare a impulsi fino a polverizzare le erbette e il peperoncino. Tagliare la polpa d’agnello a pezzi, ed eventualmente schiacciarli un poco con il batticarne fino ad ottenere delle bistecchine. Impanare questi pezzi nella farina aromatizzata, e friggere in olio abbondante e bollente (consigliato quello di oliva o di arachidi). La carne cuocerà velocemente cambiando colore. Scolate i pezzi di carne e tamponateli bene con carta da cucina. Aggiustate di sale prima di servire. Volendo potete farne dei mini spiedini da aperitivo e tenerli in caldo in forno in una pirofila coperta da carta alluminio.





mercoledì 14 maggio 2014

Vincitrici del contest "La food-blogger cucina qui"






Care amiche,

con grande gioia (e un po’ di ritardo) vi annuncio le tre vincitrici del mio primo contest: Enrica (I°posto), Elisa e Maria (pari merito). Io ho selezionato le sei finaliste tra le quali la Ross ha individuato le tre vincitrici. Sapete una cosa? La Ross è stata un gran giurì serissimo, anzi, direi quasi professionale, in perfetto equilibrio tra precisione analitica ed emozioni (lucidità di cui ahimè sono spesso carente)! Naturalmente abbiamo appurato che non è facile decidere la sorte di una persona, pur se si tratta di un innocente divertissement, perché è comunque una piccola aspettativa che va delusa, un regalo carino che non si riceve e un momento di notorietà che non viene vissuto. Per cui riporto qui di seguito le motivazioni di questa scelta, che condivido pienamente, e che mi sembra simpatico fare leggere anche a voi:

In assoluto la cucina/storia che mi ha colpito di più è stata quella di Enrica Coccolatime. Le immagini sono bellissime, numerose e decisamente pregne di significato, con tutti quegli oggetti a lei cari che ha fotografato, legati a ricordi di persone o a momenti che ha vissuto. Anche la storia mi è piaciuta moltissimo e rispecchia proprio l'idea che io ho di questo ambiente, in cui scorrono la vita e le emozioni legate ad essa. La sua cucina è il suo ritratto e ce lo ha mostrato con estrema chiarezza. Direi che con lei non ho avuto alcun dubbio e le attribuirei il posto sul podio più alto.

Elisa...immagini belle e una calda descrizione, con un tenero ricordo della sua vita e le foto di sua figlia. La cucina è anche questo, una bambina che aiuta la mamma e che un giorno ricorderà i momenti trascorsi a pasticciare con lei.

Cucina allegra, solare e un racconto che è frizzante e a tratti fa sorridere. La cucina è anche la storia di come è nata, con i suoi intoppi e un risultato che forse non era proprio quello che ci si aspettava, ma che poi si rende propria con oggetti che ci identificano.

Grazie ancora a tutte le foodblogger che hanno partecipato, e anche a quelle che non ci sono riuscite, ma sono semplicemente passate a leggere e a sbirciare le cucine altrui. E ovviamente grazie alla mitica filosofa Ross per il sostegno, l'aiuto e l'ammirabile senso di responsabilità con cui ha svolto il suo compito di gran giurì. Ricordo alle vincitrici di scrivermi una mail qui (betullacostantini@gmail.com) con il loro indirizzo, in modo che io possa spedire prestissimo i premi a fiorellini!!!
Infine, dato che la mia vita, e questo blog, sono fatti di cucina e letteratura vi saluto con le parole di Banana Yoshimoto, adorabile inno alle cucine e a quella magica scintilla che, pur nei piccoli o grandi dolori della vita, ci fa amare cucinare.

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purchè sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi. […]
Quell’estate mi ero dedicata da sola a studiare l’arte di cucinare. Quella sensazione, la sensazione che le cellule nel mio cervello si moltiplicassero, è difficile da dimenticare. Comprai tre volumi di introduzione, teoria e pratica della cucina, e mi misi a preparare un piatto dopo l’altro. In autobus o a letto leggevo il volume di teoria e imparavo tutto su calorie, temperature e materie prime. Lo imparavo a memoria. Poi, appena avevo un po’ di tempo, provavo a cucinare. […]
Essere diventata l’assistente della maestra di cucina mi era sembrata una cosa incredibile. É una donna famosa; oltre a dirigere il suo studio, ha importanti collaborazioni con la televisione e le riviste. Ho saputo che a presentarsi alla prova di assunzione erano state in tantissime. Pensavo di aver avuto una fortuna incredibile io che ero una principiante, a ottenere un lavoro del genere dopo solo un’estate di studio, e ne gioii in silenzio dentro di me. Quando vidi le ragazze che venivano a scuola a prendere lezioni di cucina, capii la ragione della mia fortuna. Il loro atteggiamento era diverso dal mio.
Loro vivevano nella felicità. Erano state educate, forse da genitori affettuosi, a non oltrepassare mai i limiti di quella felicità, a qualunque cosa si applicassero. Così non conoscevano veramente la gioia . Non si può scegliere tra queste forme di vita. Ognuno vive solo come sa. Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli. Non è mica una cosa da disprezzare. Si mettono il grembiule, ridono giulive, imparano a cucinare, si innamorano mettendocela tutta, magari anche con qualche lacrima e ansia, e infine si sposano. Una vita così non mi dispiacerebbe. È facile, è bella. Io, invece, quando sono stanca di tutto, quando ho i brufoli, quando di notte avverto la solitudine e telefono a tutti gli amici ma nessuno risponde, odio la mia nascita, la mia educazione, la mia stessa vita. Sono scontenta di tutto. Però quell’estate meravigliosa, in questa cucina...
Non temevo scottature o ferite, non mi pesava stare in piedi tutta la notte. Ogni giorno ero eccitata al pensiero delle sfide che mi aspettavano il giorno dopo. Nella torta di carote che avevo fatto tante volte in modo da impararne il procedimento a memoria erano entrati anche frammenti del mio spirito. Amavo i pomodori rossi fiammanti, trovati al supermarket, più della mia vita. Dopo aver conosciuto una gioia simile, non posso tornare indietro. Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi accorgo che vivo. Per questo è così la mia vita.

Da "Kitchen", di Banana Yoshimoto

lunedì 12 maggio 2014

Ladybird Cookies e sei finaliste



Care Amiche,
oggi mi sento una coccinella fortunata che ha potuto svolazzare e sbirciare nelle vostre bellissime cucine per curiosare dove nascono i vostri blog. Grazie a tutte, davvero di cuore, per aver partecipato al mio contest e per avermi dedicato un po’ di tempo per raccontare il vostro amatissimo regno! Piccola, grande, sognata, sofferta, in affitto, studiata per anni, lucidissima, disordinata, luminosa o sotterranea mi avete dimostrato che la Cucina oggi è anche quella “stanza tutta per sé” che troppo spesso è mancata alle donne, con un meraviglioso valore aggiunto però: noi foodblogger usiamo la nostra cucina anche per avere una stanzetta speciale privatissima, eppure aperta a tutti, anche sul web. Ci sono tantissimi motivi per cui una persona “brava ai fornelli” può decidere di aprire un blog, a me piace credere che lo faccia per aprire la sua cucina al mondo, e condividere con altri il piacere del cibo e i suoi saperi!
Ecco le sei finaliste, tra le quali la dolce Ross sceglierà presto le tre vincitrici!
Buon blog a tutte...
Betulla



Per ringraziarvi tutte, ma proprio tutte ecco la ricetta di questi leggiadri biscottini! Vorrei lasciarne uno su ogni tavolo delle vostre Cucine...infatti ne ho preparati 23, uno per ognuna di voi!
"LadyBird Cookies"

Ingredienti (per circa 20 biscotti doppi):
-200 gr di farina
-100 gr di burro
-70 gr di zucchero (40 gr di canna e 30 di zucchero bianco)
-1 uovo
-1 cucchiaino raso di lievito per dolci (4 grammi)
- la buccia grattugiata di mezzo limone bio
-la polpa di 3 cm di bacca di vaniglia
-1 pizzico di sale
Confettura di lamponi (un cucchiaino per ogni biscotto)

Procedimento:
Tagliare il burro a dadini e farlo fondere in un pentolino a fuoco dolce. Farlo intiepidire un poco, poi rovesciarlo in una terrina, unirvi lo zucchero e sbattere bene con una forchetta. Infine aggiungere l’uovo intero e mescolare il composto spumoso. Setacciarvi sopra la farina e il cucchiaino raso di lievito, il sale, gli aromi (limone e vaniglia). Lavorare insieme gli ingredienti fino ad avere un impasto liscio ed elastico. Riporre l’impasto in un piatto fondo, ricoprirlo di pellicola alimentare e farlo riposare in frigorifero per circa un’ora. Trascorso questo tempo stendere la pasta a circa 5 mm di spessore su una spianatoia infarinata. Con un tampone (a coccinella) imprimere i biscotti, poi ritagliarli con un copapasta liscio poco più grande o con un coltellino affilato. Se desiderate farcire poi i biscotti con la marmellata per ogni biscotto con coccinella fate anche una base senza coccinella con il copapasta. Appoggiate i biscotti su una teglia coperta di carta da forno e cuocete per 15 min. circa in forno preriscaldato 180° ventilato.
Una volta cotti fateli raffreddare bene, poi farcite unendo un biscotto liscio a uno impresso con un cucchiaino di confettura ai lamponi.


p.s: dato che, a quanto ho visto, condivido con voi anche l’insensata passione per gli strumenti (più o meno inutili) da cucina, vi comunico che questo "coccinelloso" tampone per biscotti è della Birkmann e si trova in vendita da Eataly (TO).

martedì 6 maggio 2014

Risotto d’orzo con Feta Marinata da “Jerusalem” di Yotam Ottolenghi e Sami Tamimi



Voi sapete cos’è la Bibbia di Gerusalemme? È una versione della Bibbia curata dall’École biblique et archéologique française de Jérusalem particolarmente importante per le introduzioni, le note, e il commento al testo biblico (la traduzione è nata dal confronto tra il testo ebraico-aramaico e quello greco). Per circa sei mesi della mia vita me la sono portata dietro in ogni dove. No, nonostante riconosca la predominanza dello spirito sul corpo, non ho avuto sei mesi filati di “estasi mistica” e furore da sacre letture! Dovevo semplicemente preparare l’esame di Esegesi Biblica e neotestamentaria, una bellissima disciplina che, detta in soldoni, cerca di indagare il testo biblico in modo critico e laico, come se si trattasse di una qualsiasi altra produzione letteraria (quindi si cercano di ricostruire origine, circostanze, fonti, autore, strategie narrative del testo mettendo da parte quella “sacralità” che lo vorrebbe intoccabile “Parola di Dio”!). Bene, per prepararmi dovevo studiare dieci libri della Bibbia, così ho accuratamente foderato con carta da pacchi la sgargiante copertina rossa della mia Bibbia e mi son rassegnata a metterla in borsa per leggerla nei tempi morti. Pensavo che la mia tattica avrebbe tenuto lontano curiosi e attacca-bottone, ma una Bibbia è una Bibbia, e anche ricoperta attira lo sguardo. Così una sera in treno mi son trovata seduta accanto due ragazze che invece di farsi gli affari loro hanno cominciato a sbirciare sopra al mio leggiadro libricino, e, convinte che io fossi sorda e/o troppo assorta nella lettura per sentirle si sono dette : « Questa qui è una Suora, legge la Bibbia... ma come si fa? Che noia...eppure sembra normale!! ». Ovvio che morivo dalla voglia di dir loro che la Bibbia non fulmina di santità chi la tocca, e può leggerla anche chi non fa parte di alcun ordine religioso. Poi, in realtà fare la spaccona non rientra nei miei modi di essere, ho lasciato il “festival delle apparenze” alle due signorine curiose e mi sono concentrata su parole di maggior spessore. Suor Betulla però è zelante e avida lettrice, finita quella vera ho trovato un’altra “Bibbia di Gerusalemme” con cui passare del tempo... questa sicuramente meno ingombrante... (in tutti i sensi!) e più terrena, seppur moolto significativa.

La terra promessa dove scorrono latte e miele è celebrata in questa raccolta di lussureggianti ricette intitolata, appunto “Jerusalem”. Nati ai due lati opposti della Linea Verde, i due autori tracciano l’inatteso profilo di una zona franca dove, da ben 4000 anni, convivono religioni, culture e tradizioni molto diverse (e troppo spesso in conflitto) tra loro: la cucina di Gerusalemme.

domenica 4 maggio 2014

Tonno di Coniglio con Aceto Balsamico



Il tonno di coniglio è una di quelle adorabili contraddizioni che solo il Piemonte può produrre. Diciamo la verità, ogni tanto mi interrogo sul rapporto “conflittuale” e a dir poco contorto di questa cucina con il pesce... poi passo oltre, perchè tanto non se ne viene a capo: l’intera categoria è rappresentata da una stentata acciughina sotto sale, quando va bene lo si abbina alla carne (come nel celeberrimo vitello tonnato!), e la dimestichezza con il pesce fresco è tale che il nome del Tonno in lattina è passata ad indicare un metodo di lavorazione e conservazione applicabile ad altre carni!!! Si, certo, oggi pescherie e rinomati banchi del pesce ci sono ovunque anche qui, ma sono convinta che sulla tavola della tradizione (oltre a trota, carpa e qualche anguilla) il pesce rimanga un “esotico mistero”, magari una cosa da andare a mangiare al mare (la domenica in Liguria).
La ricetta (monferrina) è antica, risalente ai tempi in cui, una volta macellati i conigli, non c’era modo di conservarne la carne se non sott’olio. Inoltre, nella bella stagione, questo piatto permetteva ai contadini di trovare un cibo già pronto al ritorno dai lavori in campagna. Come spesso accade, mentre la quotidianità dimentica le sue tradizioni, queste ricette attirano grandi chef, che le rileggono e le aggiornano (Davide Scabin del Combal.zero di Rivoli -TO- prepara un tonno di coniglio di sole cosce non bollite, ma cotte in forno a bassa temperatura per tre ore, marinate coperte d’olio per 72 ore, e poi servite con crema di piselli con animelle, burrata e caviale; Alessandro Boglione, del Ristorante Al Castello a Grinzane Cavour -CN- propone il tonno di coniglio con pane di Alta Langa; Matteo Vigotti quando era al Ristorante Novecento a Meina -NO-lo serviva tiepido con peperoni e senape).

Tonno di Coniglio”
Questa versione è quella monferrina, con due minuscole varianti: non ho messo il porro nel brodo e ho sostituito la cipolla con uno scalogno. La preparazione è semplicissima, eppure molto gustosa: il segreto di questo piatto è tutto nel brodo straordinario in cui cuoce il coniglio e nella qualità dell’olio che, lentamente, lo marina esaltandone gli aromi. Il procedimento è fedelissimo alla tradizione, ma la mia personale “rilettura” consiste nell’abbinarlo a qualche goccia di buon Aceto Balsamico.
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