domenica 24 febbraio 2013

Ravioli dei Poveri Amanti (Diderot e Sophie)



Ognuno ha il suo modo per addormentarsi sereno. Io la sera curioso volentieri la corrispondenza altrui, nel senso che mi piace leggere qualche pagina di epistolari più o meno famosi. È un modo per conoscere meglio autori e personaggi pubblici che nelle loro opere diciamo “ufficiali”, non fanno trasparire troppo del loro essere...cosa che invece la “scrittura privata” rivela generosamente (nelle lettere abbondano cosette tipo Emozioni, Paure, Sogni, Amori e Speranze di cui, altrimenti, parliamo sempre con timore). Il migliore di questi epistolari, quello che ho letto e riletto, fotocopiato, consumato sottolineato è l’insieme delle lettere che Dennis Diderot ha scritto a Sophie Volland tra il 1759 e il 1762. Di lei non sappiamo nulla, non abbiamo suoi ritratti, non abbiamo una sola parola scritta di suo pugno (tranne tre righe di testamento). Sophie è un’esistenza in negativo, un’esistenza muta, illuminata soltanto dalle lettere che Diderot le scrisse. Eppure doveva essere una donna meravigliosa e coltissima. Le philosophe diceva di lei:
«Sono legato dal sentimento più forte e dolce che possa esistere a una donna, alla quale sacrificherei cento vite, se le avessi. Badate, Falconet, potrei vedere la mia casa farsi cenere senza provare commozione; la mia libertà minacciata, la mia vita compromessa, ogni sorta di sventura incombere su di me, senza proferire un solo lamento, purché ella mi rimanesse...Dopo dieci anni...Nè il tempo né l’abitudine né alcuna di quelle cose che indeboliscono le passioni comuni hanno potuto nulla sulla mia; da quando l’ho conosciuta, ella è stata per me l’unica donna esistente al mondo».
La loro unione non fu mai semplice...Diderot era sposato con una donna volgare e borbottona, Sophie era tiranneggiata da una madre possessiva e severissima. Avevano entrambi quarant’anni quando iniziarono a frequentarsi, ma per vedersi tornavano ragazzini: si incontravano su una panchina dei giardini del Palais-Royal, o lui si arrampicava nell’appartamento di lei attraverso una pericolante scaletta. In mezzo a questi complessi, fuggevoli incontri da amanti, un mare di parole, lettere dolcissime, acute e vive come una conversazione. E pensare che non era scontato neanche scriversi...Corrieri che non arrivavano mai (già allora), buste disperse, servitori curiosi...ad un certo punto Diderot racconta all’amata di un ciarlatano che sostiene di poter stabilire un contatto tra due persone in stanze diverse. Lui non ci crede, naturalmente, ma per un attimo si illude: «Se dunque l’uomo estendesse un giorno tale contatto da una città a un’altra, da un luogo a un altro luogo, luogo magari posto a qualche centinaia di leghe dal primo, vi figurate che bellezza! Si tratterebbe solo di avere ciascuno la propria cassetta della posta, le due cassette funzionerebbero come due piccole tipografie, dove tutto ciò che si stampasse nella prima, verrebbe ristampato immediatamente nella seconda...Ma basta con gli scherzi».
Capite?? Lui nel 1762 non sognava nient’altro che la Mail...due cassettine per le lettere collegate...Sognava un modo velocissimo per farle arrivare le sue parole, le sue idee, la sua anima!! Ma non ha nient’altro che carta e penna, e la volontà fortissima di fare sentire a Sophie il suo traboccante, luminoso amore. Continueranno a scriversi per tutta la vita, finché la loro corrispondenza nel 1774 si interrompe: finalmente, verso i sessant’anni, entrambi liberi da vincoli familiari potranno vivere, se non insieme, almeno nello stesso orizzonte...così vicini da non doversi più scrivere!

Qualche anno fa ho lavorato in un ristorante dove il cuoco per San Valentino inventò i Ravioli dei Poveri Amanti. Aveva preso due ingredienti poverissimi e sottovalutati come la zucca e la patata per fare una pasta ripiena deliziosa. Piacevano talmente tanto che qualche cliente li chiedeva anche per menu di altre occasioni...E alla fine questi Poveri Amanti erano diventati un po’ una delle specialità di quel ristorantino tra i monti. Il cuoco mi raccontava che erano due ingredienti che alla luce del sole sarebbero stati criticati, ma nel ripieno dei ravioli erano due amanti complici e innamorati!!Mi ricordo che mentre ne preparavo qualche kg pensavo che non tutte le storie tra amanti finiscono in tragedia, e che quei ravioli, in fondo erano un po’ come la corrispondenza tra Sophie e Diderot: una alcova segreta in cui i due amanti potevano incontrarsi!
Ieri mi è tornato in mente questo cuoco “sensibile”, e le mie personificazioni degli ingredienti, così mi sono messa in testa di rifare i Ravioli dei Poveri Amanti...dolci però, perché non c’è niente da fare, per me l’amore è zucchero. Lui è liquirizia (stimolante e nervina...è pur sempre il padre dell’Encyclopédie), lei è zucca (dolce e paziente). Insieme sotto un involucro di frolla, delicato e fragile come la busta di carta di una lettera che si sono scritti.



Ingredienti:
-220 gr di Farina 00
-50 gr di Farina di Riso
-100 gr di zucchero a velo
-2 uova intere + 1 tuorlo
-1 uovo sbattuto per spennellare i ravioli
- 90 gr di burro

Confettura di Zucca e Liquirizia 
 
Procedimento:
- In una terrina lavorare con una forchetta il burro ammorbidito tagliato a tocchetti e lo zucchero a velo. Setacciare le due farine e formare la fontana sulla spianatoia. Unire delicatamente le uova e il composto burro/zucchero. Impastare velocemente. Riporre in frigorifero almeno 30 minuti prima dell’uso. Se al momento di stenderla la frolla risultasse troppo sabbiosa ammorbidirla con un poco di latte ed impastare energicamente sino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
- Tirare la frolla in fogli sottili sulla spianatoia infarinata. Tagliare i biscotti in quadratini da 4 cm di lato con una rondella taglia- ravioli. Porre al centro del quadrati mezzo cucchiaino di confettura, coprire con un altro quadratino di frolla, e sigillare i bordi con le dita. Procedere così fino ad esaurire la pasta. Decorare ogni raviolo con un piccolo cuoricino di frolla (incollarlo con un poco di uovo sbattuto). 


Spennellare tutti i ravioli con l’uovo sbattuto. Disporli su una teglia antiaderente o coperta di carta da forno. Fare cuocere in forno caldo (170°ventilato) per circa 8 minuti. Aspettare che si raffreddino per trasferirli su un piatto.


Con questa ricetta partecipo al contest del Molino Chiavazza Happy Valentine


sabato 23 febbraio 2013

Capunèt Langaroli alla Gelatina "Balsamica"



Cercare la ricetta dei Capunèt è come pretendere di avere una ricetta standard delle Lasagne al forno: impossibile, perché ogni signora ne ha una, più o meno segreta, ed è oltretutto convinta di possedere quella autentica, quella antica, l’inimitabile.
Dunque, cominciamo col dire che in teoria sarebbe una di quelle ricette degli avanzi, fatta cioè per non sprecare fondi di arrosti, salumi e bolliti, che macinati con uova e formaggio diventano un saporito ripieno. Alcuni sostengono che i veri Capunèt siano fatti esclusivamente farcendo fiori di zucchini (che essendo infiorescenze sterili vengono chiamate appunto “piccoli capponi”). Altri dicono che questa ricetta derivi direttamente da “U’ capun magru” della vicina Liguria. Altri ancora ricordano di distinguere i capunèt langaroli da quelli della Valsesia che hanno una i in più nel nome (Capuneit) e il riso vercellese nel ripieno (mentre nel novarese gli stessi involtini si chiamano Quaglietta). In sostanza più o meno in tutta l’area della pianura piemontese è diffusa una preparazione a base di carni tritate usata per farcire fiori di zucchina, in estate, e foglie di cavolo verza in inverno. Fatte queste doverose premesse, e specificato che la versione della Langa vorrebbe anche il salame d’la duja (salame fresco immerso nel grasso di maiale e conservato nell’orcio di terracotta detto appunto duja), che è ormai abbastanza raro, vi presento questa mia personale variante.
Ho sostituito il salame d’la duja, o molto più spesso il salame cotto, con la pasta cruda di salame (meno speziata e meno saporita), poi, ispirata ad un altro piatto tipico piemontese, i Sancrau, dove le sottilissime foglie di verza vengono cotte con l’aceto, ho evitato la frittura dei capunèt facendoli rosolare invece con burro e gelatina di aceto balsamico, e infine stufandoli con brodo vegetale.



Con questa ricetta partecipo al contest "Dolcemente Salato" di Arricciaspiccia in collaborazione con l'Azienda Agricola Mariangela Prunotto e lo Chef Claudio Sadler. 



Ingredienti: (per 9/10 capunèt)
-10/12 grosse foglie di cavolo verza o di cavolo cappuccio
-300 gr di macinata di bovino adulto
-300 gr di pasta cruda di salame
-70 gr di formaggio grattugiato
-3 uova
- 40 gr di gelatina di Aceto Balsamico di Modena Igp "Balsamica” Mariangela Prunotto
-2 cucchiai di prezzemolo tritato fresco o secco
- olio extravergine d’oliva e burro per le cotture
-sale e pepe nero q.b
-per la decorazione nel piatto: dadini di gelatina "Balsamica", pepe nero macinato fresco e qualche goccia d’olio extravergine d’oliva.

Procedimento:
-In una pentola abbastanza grande (tipo spaghettiera), portare a ebollizione l’acqua. Farvi cuocere delicatamente 5 o 6 foglie di cavolo verza per volta (all’incirca 5 minuti di cottura sono sufficienti per intenerirle). Scolarle con l’aiuto di una schiumarola e porle a raffreddare su un vassoio. Ripetere l’operazione per le altre foglie, facendo sempre attenzione a non romperle.
- In una padella antiaderente scaldare un filo di olio. Farvi cuocere la macinata di bovino adulto (che poi possono essere benissimo 300 gr di fondo di arrosto o avanzi di bollito). Sgranare bene con un forchettone di legno la carne durante la cottura e girare spesso.
-In un’altra padella antiaderente scaldare un filo d’olio con 10 gr circa di gelatina “Balsamica”, fare sciogliere bene la gelatina, poi farvi cuocere la pasta di salame. Anche in questo caso sgranare bene con un forchettone e girare spesso.
-In una terrina capiente unire la macinata di bovino con la pasta di salame. Aggiungere le uova, il formaggio grattugiato, mescolare bene e aggiustare di sale e di pepe.
-Preparare gli involtini adagiando una foglia di verza sul tagliere. Porre al centro della foglia 2 cucchiai da minestra di ripieno. Comprimerli bene con l’incavo della mano, poi fare l’involtino, immaginando di creare una busta: portare verso in ripieno prima le ali sinistra e destra della foglia di verza, poi le ali in alto e in basso. Girare sottosopra l’involtino e “compattarlo” bene. Procedere così per tutte le foglie di cavolo. Nel frattempo scaldare in un pentolino due o tre mestoli di buon brodo vegetale.
-In una padella antiaderente bassa e larga (32 cm di diametro) fare fondere 30 gr di burro con 30 gr di gelatina “Balsamica”, scaldare bene, poi adagiare delicatamente i capunèt su questa “salsina”. Fare rosolare bene gli involtini a fuoco basso da entrambi i lati (girarli aiutandosi con una spatola di legno e una forchetta). Quando i capunèt sono ben dorati, bagnarli con un mestolo di brodo vegetale e coprire il tegame con un coperchio. Continuare la cottura a fuoco lento per circa 15 minuti, bagnando e girando di tanto in tanto gli involtini fino a che la foglia di cavolo diventa completamente trasparente e lascia intravedere il ripieno. Prima di servire aggiungere un filo d’olio, alzare il fuoco del fornello e fare colorire un poco. Sistemare i capunet al centro del piatto decorando con un po’ di pepe nero macinato fresco, qualche goccia d’olio e dadini di gelatina “Balsamica” Mariangela Prunotto.

giovedì 21 febbraio 2013

Tartrà Piemontese con Confettura di rosa Canina



Fino agli inizi del XX secolo la Tartrà era una crema densa e saporita in cui i contadini del basso Piemonte intingevano fette di pane nero abbrustolito. La si preparava facendo un soffritto di cipolle o porri a cui si aggiungevano lentamente latte e uova sbattuti. Il tutto veniva cotto a bagno maria sulla stufa nelle giornate più fredde. Io non so esattamente quando e come questa preparazione sia passata dalla cottura sopra alla stufa a quella dentro il forno, ma scendendo di qualche centimetro verso il cuore caldo del putagè, la Tartrà è salita dal semplice status di crema rustica di accompagnamento, a quello ben più altezzoso di budino salato. Quel che caratterizza questo piccolo sformato è il suo delicatissimo profumo di erbe: rientrano infatti nella sua preparazione cipolla, alloro, rosmarino, prezzemolo, salvia, pepe e noce moscata che finiscono per creare un bouquet che completa e contrasta l’unione di latte uovo e formaggio. Ora, per qualcuno i profumi sono ricordi, e io sono tra quelli che, aiutati da un infallibile nasino a patata, mi stampo in testa curiose memorie olfattive. Così la Tartrà esce dal forno e sa di passeggiata, di inverno, di campi incolti e boschi. La mia tartrà sa di sassi smossi, di rive e di erbe secche che profumano quando vengono sfiorate. Profuma di tutti quei giretti solitari che facevo a Novembre, appena prima che iniziasse a nevicare, per raccogliere bacche, pigne e muschio per fare le ghirlande di Natale. E finisce che una di quelle bacche rosse si appoggia per caso e per curiosità sulla Tartrà, che sposa il suo profumo antico di erbe d’orto a quello zuccherino di una rosa selvatica.



Questo post poteva intitolarsi: della Tartrà che si credeva una panna cotta con coulis di lamponi! Ma è solo apparenza, o meglio, è solo il “verso fotografico” che mi sono messa a fare al titolo del contest “DolcementeSalato” di Arricciaspiccia in collaborazione con l’Azienda Agricola Mariangela Prunotto e lo Chef Claudio Sadler a cui partecipo con questa ricetta.



Senza scomodare bistecca e salsa tartara, o addirittura antichi popoli nomadi, dalla variante del nome diffuso anche senza accento nell’Albese (Tartra), si può intuire che la r sia “ballerina”e doppia proprio per la derivazione dal francese Tarte (torta), forse nel momento in cui la crema è entrata in una teglia!

Dosi per 12 stampini d’alluminio da 7 cm di diametro. Ricetta gluten free.

 
Ingredienti:
- 400 ml di latte
- 200 ml di panna
- 4 uova
-30 gr di burro
-60 gr di formaggio grattugiato
-1/2 cipolla
- sale, pepe, noce moscata q.b
- 2 foglie di alloro
- 3 o 4 foglie di salvia
-una manciata di foglie di prezzemolo tritate finissimamente, oppure 1 cucchiaino di prezzemolo secco sbriciolato
-un bel rametto di rosmarino
Olio extravergine d'oliva per ungere gli stampini e per servire, 1 cucchiaino di Confettura extra di Rosa Canina Mariangela Prunotto per ogni budino, due foglie di alloro per ogni piatto come decorazione.

Procedimento:
- In una ciotola capiente sbattere le uova, poi aggiungere il latte, la panna, il formaggio e il prezzemolo tritato. Regolare di sale, pepe, noce moscata secondo i gusti e lasciare riposare con le due foglie di alloro e mezzo rametto di rosmarino. Accendere il forno per portarlo a 180° (ventilato). Affettare grossolanamente la cipolla. In un padellino antiaderente imbiondirla dolcemente con i 30 gr di burro, la salvia e quel che resta del rosmarino. Fare colorire bene, aspettare qualche minuto, poi versarlo sul composto di latte e uovo facendolo passare attraverso un colino. In questo modo gli aromi raggiungeranno la tartrà senza rovinarne la digestione. Mescolare bene il tutto con l’aiuto di una frusta, rimuovere le foglie di alloro e il rosmarino, e colare nelle formine per budino unte preparate in una teglia più grande con l’acqua per il bagnomaria. Cuocere in forno caldo per circa 50 minuti. Fare la prova dello stuzzicadenti per verificare la cottura, ma considerate che la consistenza di questo budino è molto morbida.
Aiutarsi con a lama di un coltello per togliere dalla formina la tartrà calda, posizionarla al centro del piatto, coprire la sommità con un cucchiaino di lucidissima Confettura extra di Rosa Canina MariangelaPrunotto per ogni budino, decorate con due foglie di alloro e qualche goccia d’olio extravergine d’oliva.


martedì 19 febbraio 2013

Budino di Pere e Cacao dal libro "La Cucina di Madonna Lesina" di Schena e Ravera

 

Elma Schena e Adriano Ravera, La cucina di “Madonna Lesina”, Ricette tradizionali delle valli cuneesi. Cuneo, L’arciere, 1997.

Ci sono libri che ti sono più amici di altri. Questo è per me uno di quegli amici di antica data: mi sta accanto, con pazienza e buoni consigli, da ben 14 anni (dato che ne ho poco più che il doppio è uno tra i miei primi libri di cucina...escludendo il Manuale di Nonna papera naturalmente). Va bhe, per un sacco di tempo mi sono immaginata la signora Madonna Lesina tra i fornelli: una vecchietta con il grembiule sopra le gonne gonfie e lunghe. Questo perché saltavo a piè pari le introduzioni dei libri...ero stufa di tutti quei bei i classici della letteratura rovinati da qualche saccentone che in poche righe di presentazione svelava il finale. Non distinguevo, applicavo il metodo a qualunque libro, anche se in cucina non c’è mai il problema di sapere che fine fanno i protagonisti delle ricette. (Ah, beati estremismi della gioventù)! Così per tanti anni mi sono persa molte informazioni essenziali. Come per esempio il fatto che Madonna Lesina non esiste, anzi che non esiste in carne ed ossa, ma è un personaggio di una commedia sulla “parsimonia” rappresentata a Boves con una certa periodicità sin dal ‘500. Unendo lo spirito dello «Sposalizio di madonna Lesina », all’etimologia del verbo lesinare (risparmiare), i due coltissimi autori hanno pensato di dedicare il loro lavoro proprio a lei, a Madonna Lesina, immaginaria e risparmiosa signora, ben presente nell’animo, e nella cucina, di ogni donna cuneese. Da un lato una terra avara, montagne difficili, e, quindi, la necessità di risparmiare, e di gestire bene quei pochi prodotti (la realtà); dall’altro la voglia di distrazione, di fare festa e di stare insieme (la commedia). Ne viene fuori una cucina che stupisce innanzitutto per la povertà e la scarsità di ingredienti, poi ti appassiona l’arguzia di combinare le materie prime, e infine rifletti sulla distanza da una certa ricca ed opulenta “cucina piemontese” di pianura...
Piatti semplici, dai nomi ironici e innamorati della propria terra...piatti rispettosi del tempo e della fatica, piatti curiosi frutto di migrazioni, incontri e matrimoni su certe montagne che, come dice un proverbio di queste parti dividono le acque, ma uniscono gli uomini (“Las montahnas partejon las aigas et jontons los hommes”). Gli autori contano su un bellissimo sodalizio nella vita e nel lavoro, per cercare, studiare, raccogliere, le tradizioni e gli usi gastronomici che riportano con cura nel testo. Particolarmente interessante (ora me ne sono resa conto) è l’introduzione a ogni sezione in cui è diviso il ricettario (-LA POLENTA -LE MINESTRE -I PIATTI DELLA FESTA -RIPIENI, FRITTATE E TORTE SALATE – CARNE, SELVAGGINA E PESCI D’ACQUA DOLCE -LE VERDURE E I FUNGHI -I DOLCI E LA FRUTTA -LE BEVANDE E I LIQUORI). Dimenticavo di sottolineare la particolare affidabilità, nel senso che si vede chiaramente che le ricette sono state provate e aggiustate per i lettori (tranne forse, anzi mi auguro, quella del “Gatto Arrosto”).


Riporto qui la ricetta di un Budino di Frutta. Avevo un chiletto di pere più di là che di qua...mi sono messa a cercare in questo libro perché ero sicura che Madonna Lesina sapeva tirare fuori meraviglie anche dalla frutta un po’ passata..e così è stato! Dolce sanissimo, senza burro, leggero e delizioso!! Si può fare con le pere o con le pesche...Questa è la ricetta così com’è, non l’ho variata di un grammo, se non per la sostituzione dello zucchero con quello di canna integrale Dulcita Altromercato. Perfetto.


Ingredienti:
-500 gr di pere o pesche
-100 gr di zucchero
-100 gr di amaretti
-50 gr di cacao
-50 gr di pangrattato
-3 uova

Procedimento:
-In una terrina sbattere le uova e lo zucchero, aggiungere la frutta sbucciata e passata al setaccio, il cacao, gli amaretti sbriciolati e 3 cucchiai di pan grattato.
Imburrare uno stampo da budino, cospargetelo di pangrattato e versarvi il composto. Cuocere in forno a 180° per 80 minuti.
Servire freddo.

lunedì 11 febbraio 2013

Veg Burger (Ceci, Riso e Carote)

 

Dato che siamo in tema di San Valentino e cuoricini zuccherosi stasera vi parlo di un Coup de coeur /folgorazione da giretti notturni sul web! Ho visto la foto di Stefania (arabafeliceincucina) e mi sono detta: li voglio, saranno miei!! Detto fatto mi sono messa all’opera e il risultato è meraviglioso! Hanno proprio il profumo e il sapore che immaginavo...e sono leggeri e gustosissimi! Senza contare che quella deliziosa salsina allo yogurt fa taanto “oriente”, e dà dei punti alla classica (più calorica) maionese!
Naturalmente ho fatto qualche piccola variazione alla ricetta, che poi arriva dritta dritta dalla rivista Everyday Food di Martha Stewart... a dimostrazione che quel che si prepara nella propria cucina è quasi sempre frutto di ciò che si è visto, assaggiato, saccheggiato o letto nella cucina di qualcun altro.

Ingredienti:
-1 vasetto di yogurt bianco intero naturale (150 ml)
-1 scatoletta di ceci
-70 g di riso
-100 gr di carote
-4 cucchiai di pangrattato
-2 cucchiai di prezzemolo secco
-mezzo cucchiaino di curry (oppure paprika dolce, o qualunque altra spezia vi ispiri)
-un cucchiaino di succo di limone
-sale, olio extravergine q.b
-mezzo bicchiere di brodo vegetale caldo per cuocere i burger
-un altro po’ di pan grattato per impanarli prima della cottura

Procedimento:
-In una scodellina mescolare lo yogurt con il curry, il cucchiaino di succo di limone e il sale. Fare cuocere il riso in acqua bollente non salata e scolarlo. Scolate i ceci dal liquido di governo, e metteteli nel mixer (fida Moulinetta). Procedete a impulsi per trasformarli in una specie di grossolana pasta.
-In una terrina capiente grattugiate le carote, unite la pasta di ceci, il riso bollito, il pangrattato due cucchiai di salsa di yogurt, il prezzemolo secco e aggiustate di sale. Mescolate bene tutti gli ingredienti con una forchetta fino ad ottenere un composto sodo. Con le mani formate dei burger belli rotondi, esattamente come quelli di carne, e deponeteli su un piatto spolverato di pan grattato. La dose della ricetta di Marta Steward sarebbe per quattro burgher, ma modificando un po’ le dosi e le dimensioni io ne ho ottenuti otto (si possono conservare tranquillamente in freezer).
- Scaldate un filo d’olio in una padella antiaderente, adagiatevi i burger. Fateli rosolare bene, poi girateli dall’altro lato con delicatezza (e con l’aiuto di una palettina di legno). 


A questo punto bagnateli con mezzo bicchierino di brodo veg caldo (ma state attenti a non abbondare altrimenti i vostri burger si “spappoleranno” allegramente, dato che non contengono uovo che li tenga incollati insieme) e coprite con un coperchio la padella. Girateli con cura (sempre con la palettina), scoperchiateli e fate assorbire tutta l’acqua fino a che non siano belli dorati e croccanti (da entrambi i lati).
-Servire caldi e fumanti con la salsina allo yogurt di accompagnamento (eventualmente una spolverata di prezzemolo secco).


venerdì 8 febbraio 2013

Cuori di Gaufres Mirtilli e Lamponi

 



Quel autre (que Dieu) a pu dresser les abeilles à construire géométriquement leur gaufre élégante (Pommier, Athéisme,1857, p. 144).


Ogni tanto mi invaghisco dei suoni, dei significati antichi di qualche parola e dello zucchero a velo. Così mi sono ispirata al post di Gracianne (che racconta di una poetica merenda “pour le retour des enfants enneigés”) per trasformare in dolce questi “giorni innamorati” che sanno di Nido Caldo, di Nuvole Leggere, di Miele Ambrato e di Frutti di bosco.
Il destinatario di tanti “cuoricini” si è accorto che preparavo un dolcetto per lui già aprendo il portone del palazzo: accolto da un irresistibile, golosissimo aroma di vaniglia!! Forse i vicini non la pensano allo stesso modo, ma qui c’era una casa nuova da riempire di profumo di dolci, un San Valentino all’orizzonte, e Qualcuno da accogliere in modo straordinario dopo una giornata di ordinarie fatiche.
(p.s: dimenticavo che dovevo anche dimostrare a quel Qualcuno l’utilità di un mio ingombrante acquisto estivo: l'essiccatore con cui ho disidratato mirtilli e lamponi).


Naturalmente questa non è che una delle mille ricette per gaufres (che in francese antico indicava appunto il Nido d’Ape, la struttura alveolare interna all’alveare). Ha il pregio della leggerezza e di essere una variante poco dolce in sé, in modo da non risultare stucchevole con l’aggiunta del miele. Se avanzate queste cialde biscottose conservatele in un contenitore ermetico e poi riscaldatele qualche minuto in forno prima di mangiarle...torneranno come appena cotte!


N.B: per questa ricetta è necessaria una biscottiera elettrica per Gaufres.


Ingredienti:
-250 gr di Farina 00
-40 gr di zucchero di canna Dulcita
-1/2 litro di latte
-2 uova
-50 gr di burro
-15 gr di polvere di Mirtilli e Lamponi disidratati (sostituibili con altri aromi).
-1 bustina di lievito per dolci
- i semi di 1/3 di Bacca di Vaniglia o una bustina di Vanillina.

+ Zucchero a Velo, Miele e Confetture per completare le Gaufres.

Procedimento:
- In una terrina capiente unire la farina setacciata, lo zucchero, la polvere di mirtilli e lamponi, i semi di vaniglia e la bustina di lievito. Pesare il burro, tagliarlo a dadini e farlo fondere dolcemente in un pentolino. Dividere le uova e mettere i bianchi in una ciotola a parte. Mettere i rossi nella terrina con la farina e cominciare a mescolare con una forchetta; a poco a poco unire il latte e poi il burro fuso. Montare i bianchi a neve ben ferma e incorporarli alla pastella fatta in precedenza.
Fare riposare il tutto per circa 1 h. Dopodiché scaldare bene la biscottiera per 10 minuti (consiglio di ungerla un poco con una spennellata di olio extravergine di oliva prima di usarla), porvi al centro qualche cucchiaiata di pastella e procedere con la cottura delle Gaufres (i tempi dipendono molto dal tipo di biscottiera che usate).
Servire le Gaufres calde e fumanti spolverate con zucchero a velo, gocce di miele ed eventualmente confettura di Fragole (io per celebrare la nostra “regressione alla Francia” ne ho scelta una di Fraises du Périgord cuit au Chaudron).
 

lunedì 4 febbraio 2013

Torta Salata Rataplan (Zucca, Patate e Carne)

 


Gallo dal becco giallo
che due ragazzi li ha risvegliati
ma ancora nuvole corrucciate
battono il mondo col rataplan

Tetre sulle finestre
ma nella cenere la brace è viva
per chi sa prendere quel che arriva
se il cuore in petto fa rataplan.

Per chi sa prendere quel che arriva
se il cuore in petto fa rataplan.

Non si finisce mai di imparare!!!Chi lo sapeva che Rataplan in italiano (e anche in francese e in spagnolo) è il rullo di tamburi??? Io, prima di incontrare la canzone di Branduardi e cantarla per un mese a squarciagola, ho sempre creduto che rataplan fosse una specie di pasticcio, un qualcosa in cui si inciampa per caso, o giù di lì! Certo, il suono onomatopeico della parola avrebbe dovuto fare accendere in me una qualche lampadina, invece nisba, ho sempre associato Rataplan a Raviolo, a Ripieno e a Pasticcio (di carne e non). Ah, benedetta fantasia non convenzionale!! Quindi, ecco stasera solo per voi la Torta Rataplan (color becco giallo, naturalmente).



Ingredienti:
-1 rotolo di pasta sfoglia fresca o surgelata
-300/400 gr di macinata di bovino
-400 gr di zucca
-2 patate
-3 uova
-100 ml di latte
- olio extravergine di oliva, sale, pepe q.b

Procedimento:
-Sbucciare la zucca e le patate e ridurle a dadini. Farli cuocere nella vaporiera per 20 minuti (io ho fatto così per comodità, ma si può benissimo cuocere tutto in padella stufando con brodo!). Nel frattempo scaldare un filo d’olio in una padella antiaderente e fare cuocere la carne trita, mescolare con cura ed eventualmente bagnare con poco brodo vegetale caldo fino alla cottura. Accendere il forno e portarlo a 180°circa. In una terrina capiente preparare un apparecchio leggero sbattendo le tre uova con il latte, aggiungere la carne trita cotta e il misto di patate e zucca a vapore. Aggiustare di sale e pepe, condire con due cucchiai di olio. Foderare una teglia rotonda da 28 cm con la pasta sfoglia, adagiarvi delicatamente il ripieno, ripiegare verso l’interno i bordi della sfoglia. Cuocere per 35 minuti in forno ventilato a 180°. Servire a fette con un filo d’olio ed eventualmente una macinata di sale nero di Cipro.

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